Oggi ho accompagnato un ragazzino a scuola e, mentre aspettavo il suono della campanella, ho osservato una noiosissima partita di calcetto fra mocciosi, dove, l’evento più elettrizzante è stato che uno dei piccoli pirla ha sbattuto la faccia. Osservandoli non ho potuto fare a meno di tornare indietro nel tempo e pensarmi a quell’età. Dico subito che il pensiero non è stato bello perchè è tornato a galla un mio vecchio incubo: il Calcio. Minchia!
Incredibile come uno sport possa diventare fonte inesauribile di paure, stress e ansie e io ringraziando Dio le ho avute tutte. Come è noto nel calcio ci sono diversi ruoli per rispettive capacità atletiche/psicologiche e come è altrettanto noto Madre Natura, che è cinica, non solo decide che devi nascere un pò goffo e impacciato ma aggiunge anche che devi essere scarso a calcio. E’ la fine, soprattutto per un ragazzino. Puoi metterti una croce sopra, spera almeno di imparare a suonare uno strumento musicale.
Io piccolo e il calcio eravamo sciarriati, ma sciarriati forte, mentre Io grande e il calcio, adesso, andiamo più che d’accordo. Per farvi capire meglio ho diviso il mio periodo calcistico in categorie, dove chiaramente il protagonista sono sempre io e l’antagonista è sempre il calcio. Andiamo con ordine:
Peppe e il pallone= Parto subito dicendo che il pallone ti cambia la vita, senza pallone sei niente. Devi essere un misto fra Ronaldo e Maradona per meritare un posto in squadra, oppure devi giocare all’Oratorio dove il Don Marco di turno fa giocare tutti. Se non hai pallone sei emarginato, destinato all’isolamento forzato, costretto a guardare una partita che neanche ti interessa solo perchè tua madre ti ha ordinato di uscire da casa per socializzare con gli altri ragazzi, ma a te quel pomeriggio interessa solo Bim Bum Bam e non te ne fotte niente di altro. Io il pallone l’ho avuto, ma tardi, il tempo necessario di essere preso per il culo da tutti quelli a cui chiedevo di giocare. Ma quando ho avuto il pallone la storia è cambiata, con il cazzo che facevo giocare chi prima mi aveva deriso. Ti senti il Re del Mondo e provi una goduria pazzesca nel dire a qualcuno: “Tu non giochi!”. E’ il primo approccio con il potere. Ma capirete bene che prima di avere il pallone era un incubo mettersi i pantaloncini e le scarpedatennisconilbucoall’altezzadell’alluce per andare a giocare con un cazzo di SuperSantos sotto casa.
Peppe e la tintura di iodio= Che traumi. Ogni partita/partitella o anche quattro passaggi in campagna hanno lasciato sul mio corpo segni indelebili. Ogni cosa che facevo era almeno una ferita, se mia madre non mi vedeva sanguinante e moribondo si accorgeva subito che non avevo giocato. E quando un bambino si ferisce che cosa gli si mette sulla ferita? Ora lo so, ma 10/12 anni fa si usava la odiata tintura di iodio. Me la metteva sempre mio padre, un incubo. Il risultato era che il giorno dopo andavo a scuola tutto arancione. La paura di farmi male ha sconvolto la mia esistenza.
Peppe e l’insalata= Diciamo pure che gli altri ragazzi non litigavano per avermi in squadra, anzi. Ero sempre l’insalata, l’elemento dispari di tutto il parco giocatori. Per esempio: se eravamo 9, nel momento in cui si facevano le squadre, con le conte che man mano si cresceva diventavano sempre più volgari, io rimanevo sempre per ultimo e giocato come insalata. Appena si stabiliva con quale squadra avessi dovuto giocare, con l’orgoglio sotto le scarpedatennisconilbucoall’altezzadell’alluce e la testa basta mi accincevo a mettermi in porta, l’unico punto, a detta loro, dove avrei potuto fare meno danni. Ma non era così. Purtroppo.
Peppe e il portiere= Messo in porta per forza senza diritto di uscita, ho scoperto l’ebbrezza della responsabilità. Per farmi valere ero disposto a rompermi qualsiasi parte del corpo e a bucare/rompere/distruggere anche la tuta nuova comprata dalla nonna al mercatino. Cascasse il mondo dovevo tuffarmi, provare in tutti i modi a prendere il pallone calciato qualche secondo prima da qualche saccente testadicazzo ragazzino che appena ha visto che in porta ci stava un ragazzino robusto e un pò impacciato (cioè io) ha pensato che da quella partita sarebbe uscito supercapocannoniere facendo almeno 5 gol. Che poi 5 gol me li faceva davvero ma io godevo come un pazzo quando gli paravo almeno solo uno dei 2376 tiri. In porta ho vissuto i miei migliori momenti calcistici, ho riscattato anni di delusione vissuti in attacco o in difesa.
A ben pensarci la mia adolescenza non è stata poi così serena.
Peppe
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